Apprendimento, imitazione, empatia, conformismo

Bisogno di imitazione

René Girard ci ha insegnato che l’uomo imita (cioè copia) dagli altri i suoi desideri, le sue opinioni e il suo stile di vita, e che la capacità e il desiderio di imitazione sono elementi essenziali dei meccanismi di apprendimento, specialmente per quanto riguarda i bambini.

Girard parla di desiderio mimetico. Con questa espressione dobbiamo intendere, a mio parere, non soltanto l’imitazione dei desideri altrui, ma anche il desiderio di imitare, in generale, il comportamento e i sentimenti altrui, desiderio che io chiamo bisogno di imitazione.

Io credo, infatti, che l’uomo abbia un bisogno innato di imitare i suoi simili, almeno quelli da cui dipende la sua sopravvivenza, per il semplice fatto che senza imitare gli altri non saprebbe come vivere, come apprendere, come parlare, come pensare, come comportarsi socialmente, ovvero come comunicare e interagire all’interno di una comunità.

Quando un bambino nasce, le sue capacità cognitive e razionali sono praticamente nulle, per cui non può apprendere il comportamento sociale che per imitazione. D’altra parte, le sue risorse cognitive e razionali, inclusa la capacità critica,  si sviluppano attraverso l’imitazione delle espressioni e dei ragionamenti altrui. Ritengo quindi impossibile pensare in modo razionale senza far ricorso a modalità apprese per imitazione da qualcun altro. 

D’altra parte è evidente che è possibile una perfetta imitazione (nel senso di un’abilità acquisita) senza la comprensione di ciò che si sta imitando, ovvero di ciò che si sta copiando inconsapevolmente. Il risultato è ciò che Daniel Dennet chiama “competenza senza comprensione”.

Neuroni specchio

La scoperta dei neuroni specchio ad opera del gruppo di Giacomo Rizzolatti sembra confermare la validità della teoria di Girard. Questa scoperta ci induce a pensare che nel sistema nervoso esista un apparato geneticamente determinato dedicato all’imitazione del comportamento altrui non solo per quanto riguarda le forme esteriori, ma anche i sentimenti che accompagnano i gesti osservati. Possiamo dunque ipotizzare che i neuroni specchio siano dispositivi che rendono possibile l’empatia, l’imitazione gestuale, e forse anche quella razionale.

Suppongo, infatti, che la mente umana serva soprattutto a copiare gesti, linguaggi, cognizioni, sentimenti e motivazioni dagli altri esseri umani. In generale direi che l’uomo copia dagli altri le strategie per soddisfare i suoi bisogni. In tal modo si spiega la facilità con cui si formino in un individuo quelli che chiamiamo bisogni indotti. In altre parole, se un individuo copia gli altri non è tanto perché gli altri lo inducano a copiarli con la forza o la persuasione (cosa che comunque può avvenire) quanto per un desiderio o bisogno spontaneo dell’individuo di imitare coloro da cui dipende il suo benessere, a cominciare dai propri genitori.

Suppongo inoltre che, così come abbiamo un bisogno e un istinto di imitazione, così abbiamo una capacità innata di capire quanto il nostro interlocutore sia simile o diverso rispetto a noi nei pensieri e nei sentimenti, e di reagire di conseguenza, automaticamente, involontariamente, in modo amichevole od ostile. Potremmo chiamare questa capacità sentimento del grado di affinità.

Rivalutazione del conformismo

Il bisogno di imitazione è coerente con il fatto che gli esseri umani sono interdipendenti. Infatti, se non ci fosse tale bisogno e la conseguente conformità degli individui alle forme, norme e ai valori di una comunità, l’indispensabile cooperazione sarebbe impossibile. 

Alla luce di quanto detto sopra, una rivalutazione del conformismo è d’obbligo. Questo, infatti, non deve essere visto come una (deleteria) scelta libera e  consapevole, ma come una pulsione imitativa geneticamente determinata, ovvero un istinto, uno dei pochi rimasti all’uomo nel corso dell’evoluzione. In altre parole, il conformismo ha, a mio avviso, una funzione adattiva fondamentale e insostituibile per la sopravvivenza dell’individuo e la conservazione della sua specie. In sintesi: non si può non imitare; semmai possiamo scegliere chi imitare.

Data la funzione sociale dell’imitazione, accanto al bisogno di imitare modelli esterni, occorre considerare anche il bisogno di essere imitati, ovvero il bisogno che gli altri si conformino alle forme, norme e ai valori adottati dal soggetto, conformità necessaria per permettere la cooperazione. Da questo bisogno di essere imitati scaturisce l’intolleranza, l’ostilità e l’aggressività dell’individuo verso coloro che scelgono modelli di imitazione diversi dai propri, rendendo in tal modo impossibile una cooperazione, ma solo una competizione.

Possiamo perciò dire che il conformismo abbia due volti. Da una parte il bisogno di conformarsi per cooperare, dall’altro quello di combattere chi non vuole conformarsi, e di conseguenza non vuole cooperare, ma solo competere, per cui viene visto come una minaccia per la comunità di appartenenza del soggetto.

Apprendimento di narrazioni

Tra le cose che un essere umano è in grado di apprendere, e anche di insegnare agli altri, ci sono le narrazioni. Queste possono essere di tipo religioso, esoterico, storico, scientifico, o riguardare la saggezza popolare su qualsiasi aspetto della vita pratica.

Come ci insegna Yuval Noah Harari, l’evoluzione culturale dell’uomo è avvenuta soprattutto grazie alla sua capacità di inventare e trasmettere, di generazione in generazione, narrazioni di vario tipo (più o meno realistiche), e di condividerle collettivamente come fattore di coesione sociale. Questa trasmissione è resa possibile dalle nostre capacità di apprendimento di astrazioni attraverso il linguaggio, specialmente in giovane età, quando le capacità critiche non sono ancora sviluppate e il bambino non è in grado di capire se ciò che gli viene raccontato sia vero o falso, fondato o infondato. Una volta che la narrazione è stata appresa quale fattore indispensabile di appartenenza sociale, l’adulto non ha alcun motivo di metterla in dubbio, anzi, avrà una paura inconscia di farlo. Una paura che pochissimi riescono a superare, perché comporta il rischio di esclusione dalla comunità.

D’altra parte, come diceva Nietzsche, l’uomo non ha bisogno di verità per sopravvivere, ma di conoscenze (non importa se vere o false) che lo aiutino a  sopravvivere e perciò gli permettano, prima di tutto, di essere integrato in una comunità.

Apprendimento e psicoterapia

Sia gli esperimenti sui primati, sia l’osservazione del comportamento umano, dimostrano che la capacità di apprendere per imitazione (o copia) dei gesti e delle espressioni altrui è inversamente proporzionale all’età del soggetto, cioè è maggiore nei primi anni di vita e tende a scomparire in età avanzata. Ciò significa che ciò che si è appreso diventa col tempo sempre più difficile da disapprendere o modificare. Per esempio, è molto difficile, per un adulto, disimparare l’accento con cui ha appreso la lingua madre e imparare quello di una nuova lingua.

Questo fatto è di particolare rilevanza per la psicoterapia, in quanto essa consiste in una modifica di certi apprendimenti (in termini di risposte cognitive, emotive e motivazionali a certi stimoli) considerati deleteri o inadeguati alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui. Vale a dire che la psicoterapia dovrebbe consistere nell’apprendimento di nuovi automatismi sociali che devono sostituire alcuni dei vecchi.

Una psicoterapia è infatti come imparare a suonare correttamente, leggendo le note, uno strumento musicale dopo averlo per anni suonato male ad orecchio. Si comincia con la teoria, la lettura delle note, e poi ci vogliono tante ripetizioni, tante prove, finché non si disimparano le vecchie cattive abitudini e il suonar bene non diventa automatico.

Un altro problema è che l’apprendimento avviene normalmente per accumulazione sulla base strutturale degli apprendimenti precedenti. Perciò è difficile apprendere qualcosa che non sia coerente con le strutture mentali già formate, così come è molto difficile, oltre che traumatico, modificare le strutture fondanti di una mentalità.

Apprendimento delle ricompense

Da bambini abbiamo quasi tutti subìto ciò che io chiamo imprinting della ricompensa, ovvero abbiamo appreso quali nostri comportamenti ci fanno ottenere piacere e quali dolore, specialmente per quanto riguarda l’affetto e l’approvazione da parte degli altri (a cominciare dai genitori e dagli educatori).

Per esempio, chi ha subito un’educazione rigida in senso disciplinare, tende a considerare l’obbedienza una fonte di ricompensa sociale. Similmente, chi ha avuto educatori molto esigenti dal punto di vista intellettuale tende a considerare l’intelligenza e le sue manifestazioni come mezzi indispensabili per essere accettati e amati. Lo stesso fenomeno avviene per altri stili educativi che danno importanza, per esempio, alla moralità, al rispetto delle tradizioni, alla religione, allo sport, alla bellezza, al denaro, alla competizione in generale, al risparmio ecc. per cui si possono creare associazioni permanenti (consce o inconsce) tra tali valori e l’aspettativa di una ricompensa sociale.

Ovviamente da adulti è possibile che le ricompense attese non si realizzino, o che i risultati dei propri sforzi siano controproducenti. Ciò può dar luogo ad uno stato di stress e di frustrazione cronica con connessi disagi e disturbi psichici e psicosomatici.

In tal caso può essere utile una psicoterapia mirata alla neutralizzazione degli imprinting disadattivi o non realistici. Durante tale terapia, il paziente dovrebbe imparare, attraverso l’interazione col terapeuta, modi alternativi per ottenere ricompense sociali, e riuscire a disimparare (questa è la parte più difficile) le associazioni inadeguate.

Prossimo capitolo: Identità e qualità sociali (essere = appartenere = imitare).