Articoli vari di Bruno Cancellieri

Saperla più lunga

Chi la sa più lunga? Questa domanda (conscia o inconscia, palese o nascosta, più inconscia che conscia, più nascosta che palese) è sempre viva e sottintesa in ogni espressione umana. Ciò avviene perché la sua risposta determina il ruolo e la posizione gerarchica di ogni essere umano nella società o comunità a cui esso appartiene, in un certo campo del sapere, che può essere più o meno specialistico o generale.

Si presuppone infatti che chi la sappia più lunga meriti una posizione gerarchica (in un certo campo del sapere) più alta rispetto a chi la sappia meno lunga. E allora, dato che ognuno vorrebbe stare più in alto (per quanto possibile) in ogni gerarchia sociale, ognuno cerca di dimostrare di non saperla meno lunga di altri, tranne nei campi in cui non si ritiene competente.

C’è un campo del sapere che non è specialistico e non corrisponde ad alcuna disciplina accademica: il “saper vivere”, ovvero la saggezza, che include la conoscenza del mondo, della vita, dell’uomo, della società, della politica e della morale. In questo campo la competizione a chi la sa più lunga è particolarmente intensa e agguerrita, dal momento che quasi tutti pensano che per imparare a vivere, per diventare saggi, non ci sia bisogno di alcuna istruzione particolare e tanto meno di un corso universitario.

E allora non sopportiamo chi afferma (o suppone) di saperla più lunga di noi nel campo del saper vivere, e diciamo che quelle persone sono “supponenti”, “presuntuose”, “arroganti” ecc.

Di conseguenza è dunque molto diffuso un imperativo categorico in base al quale nessuno è autorizzato a supporre di saperla più lunga di qualcun altro nel saper vivere, e meno che mai a cercare di insegnare ad altri come vivere.

Il risultato è che molti non sanno vivere se non in modo rudimentale, ma rifiutano ogni insegnamento o aiuto per saperne più di più.

Le beatitudini secondo me

  • Beati gli stupidi, perché non sanno di essere tali.
  • Beati i ricchi perché la felicità è costosa.
  • Beati i belli perché la bellezza convince.
  • Beati gli allegri perché l’allegria scioglie la tensione.
  • Beati i liberi perché possono scegliere tra più opzioni.
  • Beati gli amati perché l’amore è il motore della vita.
  • Beati i saggi perché sanno come soffrire di meno e godere di più.
  • Beati i sani, perché la malattia riduce la vita.
  • Beati i forti, perché sono più rispettati e sanno meglio difendersi.
  • Beati i curiosi, perché non si annoiano mai.
  • Beati i creativi, perché possono cambiare il mondo.
  • Beati gli scettici, perché si fanno imbrogliare di meno.
  • Beati i colti, perché possono parlare con le persone più diverse.
  • Beati gli intelligenti, perché possono capire più cose.
  • Beati i sicuri di sé, perché non si fanno abbattere dalle critiche e dalle offese.
  • Beati coloro che soddisfano i propri bisogni soddisfacendo quelli altrui.

Governatori governati

Ogni essere umano è al tempo stesso governatore e governato, nel senso che ognuno governa se stesso, gli altri e il resto del mondo, ed è governato da se stesso (ovvero dal suo inconscio e dal suo programma genetico), dagli altri e dal resto del mondo.

Governare un ente significa cercare di indurlo a comportarsi in un certo modo a certi fini, dopo aver stabilito quali fini cercare di realizzare con, e per, l’ente stesso.

Governare significa anche adattare i fini alle circostanze, ovvero alle possibilità.

Chi governa un ente dovrebbe essere consapevole della reciprocità del governo, cioè del fatto che l’ente che sta cercando di governare, a sua volta sta cercando in qualche modo di governarlo.

In altre parole, nell’interazione tra A e B, A cerca di governare B e al tempo stesso B cerca di governare A, vale a dire che ognuno cerca (consciamente o inconsciamente) di ottenere qualcosa dall’altro, qualcosa che può essere un bene materiale o immateriale, un certo comportamento o un certo sentimento, per soddisfare qualche bisogno.

Questo è un modo sistemico/relazionale di considerare le interazioni tra enti, specialmente per quanto riguarda le interazioni sociali, biologiche ed ecologiche.

La scelta dei memi

Qualunque meme (artefatto, gesto, espressione verbale o figurativa, scrittura, simbolo, concetto, organizzazione, gioco, regola morale ecc. riconoscibile da più di una persona e in quanto tale trasmissibile e condivisibile) può costituire un fattore di appartenenza e di coesione sociale. Infatti, gruppi e categorie sociali sono definibili in base alla condivisione di certi memi.

D’altra parte, l’appartenenza ad un certo gruppo o ad una certa categoria di persone può implicare la non appartenenza a certi altri gruppi o categorie alternativi o incompatibili.

Perciò un essere umano è continuamente occupato (consciamente o inconsciamente) a scegliere opportunamente a quali gruppi e categorie di persone appartenere e a quali non appartenere, ovvero con chi interagire cooperativamente e con chi non farlo, e di conseguenza ad assumere, incorporare, mostrare o rappresentare i memi (in quanto segnali) caratteristici delle appartenenze preferite.

Riorganizzazione della memoria

Suppongo che durante il sonno la memoria si riorganizzi in quanto quella a breve termine viene elaborata e svuotata, trasferendo le parti ritenute significative in quella a lungo termine e cancellando le altre.

In tale processo suppongo che avvenga un adattamento reciproco tra le nuove esperienze e quelle precedenti, adattamento che può dar luogo ad una distorsione o rimozione delle prime e/o delle seconde affinché il tutto sia cognitivamente coerente e moralmente (ovvero socialmente) accettabile, e non crei troppa angoscia.

Dizionari mentali, psicoterapie e pratiche filosofiche

La nostra mente contiene un repertorio di parole che ci servono per pensare, ragionare e comunicare (attività che include domandare, chiedere, rispondere a domande, comandare, narrare, insegnare ecc.).

Ogni parola è definita mediante combinazioni di altre parole, è associata a forme o immagini e può suscitare o evocare sentimenti e doveri. In tal senso ogni mente umana contiene un dizionario cognitivo e affettivo diverso, più o meno simile a quello di ogni altra persona.

Il dizionario mentale si forma per apprendimento, a seguito di esperienze e interazioni con chi già “conosce” certe parole. La ricchezza e la peculiarità del dizionario mentale di un individuo è un elemento costitutivo della sua personalità e del suo modo di pensare e di agire.

Pertanto, psicoterapie e pratiche filosofiche dovrebbero occuparsi del dizionario mentale del soggetto per conoscerlo, correggerlo, migliorarlo e arricchirlo, ovvero per renderlo più adatto alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Motore morale e motore egoico

Il ‘motore morale’ è un algoritmo sentimentale inconscio sempre attivo. Esso calcola in ogni momento in che misura stiamo soddisfacendo i desideri altrui e ci fa sentire piacere o dolore in modo proporzionale a tale soddisfazione. Simultaneamente al motore morale, è attivo un altro algoritmo sentimentale inconscio, il ‘motore egoico’, che calcola in ogni momento in che misura stiamo soddisfacendo i nostri desideri e ci fa sentire piacere o dolore in modo proporzionale a tale soddisfazione. Se i risultati dei due algoritmi sono concordi, proviamo sentimenti coerenti, se i risultati sono discordi, proviamo sentimenti contrastanti. I sentimenti coerenti ci motivano decisamente all’azione per il mantenimento del piacere e/o l’allontanamento del dolore, quelli contrastanti ci immobilizzano e ci rendono ansiosi e indecisi. Nel secondo caso siamo in presenza di un doppio vincolo, nel senso che il soddisfacimento dei desideri altrui provoca la frustrazione dei propri e viceversa.

Il piacere e il circolo virtuoso della percezione

Io ipotizzo che, oltre al fatto che gli ormoni neurotrasmettitori facilitano le comunicazioni tra neuroni, possa avvenire anche un processo inverso, cioè che una continua stimolazione delle comunicazioni tra neuroni ottenuta mediante opportune percezioni possa incrementare la secrezione dei neurotrasmettitori stessi, tra cui le endorfine, dando in tal caso luogo a sensazioni di piacere o euforia. Ciò spiegherebbe il piacere che può essere provocato dalla percezione di particolari configurazioni di immagini, testi e suoni. L’effetto potrebbe essere duraturo, analogamente allo sviluppo dei muscoli attraverso l’allenamento degli stessi. Si tratterebbe dunque di allenare le comunicazioni tra neuroni attraverso la lettura, la visione e l’ascolto di particolari oggetti, forme e informazioni allo scopo di rendere più efficaci ed efficienti le interconnessioni neurali (con effetti positivi sulla creatività e l’intelligenza), e di godere del piacere connesso alla conseguente secrezione di endorfine.

Errore vs. lacuna

Le discipline accademiche umanistiche contemporanee non dicono cose errate, ma lacunose. Ad esempio, il sociologo dice che certi fenomeni sociali sono causati da certe mentalità, ma non si preoccupa di sapere come certe mentalità si stabiliscono nell’individuo e se e come possono cambiare. Da parte sua lo psicologo dice che certe mentalità sono causate da certe situazioni sociali, ma non si preoccupa di sapere come le situazioni sociali si sono stabilite e se e come possono essere cambiate. È uno stallo da cui si può uscire solo unificando sociologia e psicologia. La psicologia sociale è un timido e riduttivo tentativo in tal senso. Quando la psicologia era individualistica, G. H. Mead era considerato un sociologo. Ora che la psicologia è sempre più relazionale non c’è motivo per non considerare Mead uno psicologo di prima grandezza a tutti gli effetti. Lo dice anche il titolo del suo libro: “Mente. sé e società”.

L’uomo è un computer?

L’uomo è un computer? Dipende da cosa s’intende per “computer”. Se s’intende un calcolatore elettronico di tecnologia attuale, allora ovviamente né l’uomo né qualsiasi altro essere vivente può essere equiparato ad un computer.
Ma se per computer s’intende un sistema cibernetico, indipendentemente dal suo grado di complessità e dai materiali di cui è composto, allora possiamo dire (con von Foerster, Gregory Bateson, Daniel Dennet e altri), che ogni essere vivente sia (anche) un computer, ovvero un sistema cibernetico, anzi, un sistema di sistemi, dato che anche la cellula è un sistema. Un sistema cibernetico è sostanzialmente un elaboratore di informazioni che governa il suo comportamento in base ai risultati delle elaborazioni stesse. L’uomo ha anche la coscienza, i sentimenti e la volontà, che restano un mistero, ma questo non vuol dire che non sia comunque (anche) un sistema di sistemi cibernetici. Né si può escludere che la parte cibernetica influenzi la coscienza, i sentimenti e la volontà.

Razionalità vs. sentimentalità

Le persone più razionali sono spesso inquietanti per quelle che lo sono di meno. Ciò avviene, a mio parere, perché le seconde percepiscono le prime come più competitive e più capaci di autocontrollo, e perché le seconde hanno difficoltà a seguire i pensieri delle prime e a comprendere la loro visione del mondo, la loro etica e i loro gusti.

Inoltre, le persone meno razionali cercano spesso di screditare quelle più razionali affermando che quanto più uno è razionale tanto meno è capace di sentimenti. È un’idea falsa e calunniosa. Infatti non c’è alcuna prova scientifica in tal senso.

La verità è che i sentimenti sono innati e non richiedono capacità particolari, mente la razionalità si apprende attraverso lo studio e le esperienze, ed è correlata alla capacità di astrazione, che non tutti possiedono in ugual misura.

L’errore più comune

L’errore più comune che spesso facciamo è supporre che gli altri ragionino come noi, che reagiscano emotivamente come noi, che abbiano simili principi morali, simili interessi, simili motivazioni e simili paure, che sappiano ciò che noi sappiamo, che soffriamo e godiamo per motivi simili, che le nostre menti siano simili.

È come credere che tutti i computer siano simili. In effetti tutti i computer sono simili per quanto riguarda i principi generali di funzionamento, ma molto diversi tra loro nei materiali (hardware) e nei programmi (software), ovvero nelle “applicazioni”.

Mappe e modelli della realtà

Per tutta la vita ci costruiamo inconsciamente mappe e modelli della realtà e li usiamo per orientarci e scegliere come comportarci, cioè come interagire con il mondo.

Questa è la conoscenza: una quantità di mappe e modelli più o meno complessi, più o meno precisi, più o meno coerenti tra loro e più o meno corrispondenti alla realtà.

Queste mappe e questi modelli riguardano specialmente e soprattutto gli altri esseri umani, le relazioni tra loro, noi stessi e le relazioni tra noi e gli altri.

Ai particolari delle mappe e dei modelli che ci siamo costruiti sono associati sentimenti di piacere o dolore, attrazione o repulsione e le motivazioni corrispondenti alla ricerca del piacere e all’evitamento del dolore. Sulla base di tali mappe e di tali modelli noi elaboriamo inconsciamente le nostre strategie di comportamento e pianifichiamo il nostro futuro.

Di conseguenza, quanto più le nostre mappe e i nostri modelli sono sbagliati o imprecisi rispetto alla realtà, tanto più sbagliato o impreciso è il nostro comportamento, ovvero tanto meno questo è efficace per la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.