Differenze umane

Uguali e diversi

Noi esseri umani siamo tutti quasi identici nelle nostre strutture fondamentali fisiche e mentali, ovvero nei nostri geni, specialmente se ci confrontiamo con le altre specie animali. Ciò che cambia da una persona all’altra (e da un’età all’altra nella stessa persona) sono soprattutto i contenuti delle strutture stesse (ovvero ciò che esse hanno acquisito attraverso le esperienze), e certe varianti di origine genetica o interattiva quali le dimensioni degli organi, il colore della pelle e degli occhi, i lineamenti morfologici, la salute, la resistenza alla fatica e agli strapazzi, le prestazioni fisiche e mentali, la sensibilità, il  temperamento, il carattere. la cultura, i gusti ecc. 

In generale possiamo dividere le differenze umane in due classi: quelle di origine genetica e quelle di origine interattiva. Ovviamente entrambe contribuiscono al comportamento di un individuo, ed è inutile, oltre che impossibile, stabilire quali siano più importanti e in quale misura. Possiamo tuttavia dire con certezza che le caratteristiche di origine interattiva si sviluppano sulla base di quelle di origine genetica.

Essendo le differenze umane evidenti e innegabili, quando si dice che siamo tutti uguali, ci si riferisce non alla costituzione fisica o mentale delle persone, ma ai loro diritti civili e alla loro dignità sociale. Questa uguaglianza è stabilita nei paesi democratici e liberali, dove “la legge è uguale per tutti” (almeno come principio) e non sono ammesse discriminazioni (nelle relazioni pubbliche) per quanto riguarda le differenze di tipo etnico, religioso, politico, sessuale, prestazionale, fisico ecc.

In ogni caso, penso che nessuno possa negare che siamo tutti diversi nella qualità e quantità dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e delle nostre motivazioni.

Perché dovremmo studiare le differenze umane?

Parlare di differenze umane (specialmente se in pubblico), è tuttora considerato politicamente scorretto dai più, forse perché molti temono che questo argomento (consciamente o inconsciamente) venga usato come una giustificazione del razzismo, del fascismo, delle ingiustizie o del cosiddetto darwinismo sociale.

A tal proposito, Henry Geiger scriveva:

Le differenze tra gli esseri umani sono discusse raramente in quanto tali, perché il solo fatto di ammettere o dichiarare che vi siano differenze importanti tra gli uomini significa che, probabilmente, si è in possesso di una teoria che permette di spiegare cosa le genera, e oggi una teoria che spiega le cause delle differenze umane è sufficiente a scatenare una guerra ideologica. Il primo principio di una società democratica è l’eguaglianza degli esseri umani. Discutere le differenze umane senza apparire come uno che vuole attaccare tale principio è difficile, anche se non impossibile. 

Questo tema, tuttavia, è solitamente ignorato dagli scrittori popolari, per il motivo che uno che scrive di differenze umane, a meno che non sia particolarmente saggio, ha di solito l’aria di chi crede di essere un po’ meglio del resto dell’umanità, e uno scrittore che fa questo ha poche possibilità di rimanere “popolare”.

Ma molto può essere perduto da una società che non riesce a riconoscere e ammettere le differenze umane. Può perfino perdere la comprensione del reale significato dell’uguaglianza, e perde certamente l’apprezzamento delle molteplici forme della distinzione umana che non mettono in discussione la validità dei principi politici di una società egualitaria, e che possono perfino sostenerli indirettamente.

Un altro motivo per cui si evita di parlare di differenze umane anche in privato è, a mio avviso, la paura inconscia di trovarsi classificati in qualche tipo umano ipodotato, disprezzato, socialmente inutile o dannoso, o semplicemente perdente: in una parola, inferiore. Infatti, se uno si azzarda a dire che una persona valga più di un’altra, deve aspettarsi obiezioni molto dure tra cui, con buona probabilità, l’accusa di simpatizzare per il nazismo.

Di conseguenza, al di fuori delle persone collettivamente considerate delle star dello spettacolo, della cultura e della scienza (e celebrate pubblicamente come tali), ed escludendo i criminali e i malati di mente, tutti gli altri sono messi praticamente sullo stesso piano, come se tra di loro non ci fossero differenze significative. 

A mio avviso, ci sono diversi motivi per cui dovremmo studiare le differenze umane, e parlarne, più di quanto non facciamo.

Il primo è che, quando rileviamo differenze tra persone, comunità o stili di vita, non possiamo fare a meno di chiederci (consciamente o inconsciamente) quali varianti siano migliori o più desiderabili di altre. In altre parole, tendiamo ad attribuire un certo valore relativo ad ogni variante. Questa valorizzazione (positiva o negativa) delle varianti influenza ovviamente la scelta delle persone che desideriamo imitare (come direbbe René Girard) o con cui desideriamo interagire.

Il secondo motivo è che tra le principali differenze umane ci sono quelle che riguardano i gusti e le preferenze, per cui è importante conoscere i gusti altrui, onde evitare di comportarsi in modi non graditi agli altri, e per scegliere come partner persone con gusti compatibili con i propri.

Infatti, a causa della sempre maggiore libertà di pensiero e di comportamento, e della conseguente diversificazione sociale, è sempre meno probabile che due persone siano tra loro compatibili. Di conseguenza, la solitudine è sempre più diffusa.

A tal proposito, un errore che spesso facciamo è supporre che gli altri ragionino come noi, che reagiscano emotivamente come noi, che abbiano simili principi morali, simili interessi, simili motivazioni e simili paure, che sappiano ciò che noi sappiamo, che noi e gli altri soffriamo e godiamo per motivi simili, che le nostre menti siano simili ecc.

Un altro motivo per cui lo studio delle differenze umane può essere utile, è che ci permette di riconoscerci in qualche tipo dotato di caratteristiche psicologiche  particolari. Il che equivale a conoscere meglio noi stessi. Per esempio, il tipo di personalità introversa (di cui parlo più sotto) è poco e mal conosciuto, e agli introversi farebbe piacere scoprire che non c’è nulla di male ad essere tali, anzi, c’è molto di buono.

In generale possiamo inoltre dire che la conoscenza di una persona (o di se stessi), se è vero che siamo tutti diversi, è impossibile senza ricorrere ad una gamma di tipi predefiniti con i quali confrontarsi.

Per tutti questi motivi, ovvero per conoscere e valutare meglio gli altri e se stessi, ciascuno con le sue peculiarità, le sue esigenze e le sue abitudini, credo sia utile affrontare razionalmente e scientificamente il problema delle differenze umane. Per questo sarei favorevole alla fondazione di una Scienza delle differenza umane. Temo però che ci sarebbero troppe obiezioni e resistenze riguardo ad un tale progetto, per i motivi sopra esposti.

Far finta di esser normali

Forse a causa del bisogno di imitazione teorizzato da René Girard, e dal conseguente conformismo prevalente in ogni tipo di società, la percezione delle differenze umane subisce una distorsione, o un bias, specialmente per quanto riguarda le differenze del soggetto rispetto agli altri.

Risultato di tale distorsione è che il soggetto, desiderando essere come gli altri,  tende a reprimere, a rimuovere (in senso psicoanalitico) o a nascondere (anche a sé stesso), le sue peculiarità o differenze rispetto agli altri.

Conseguenza di tale tendenza è una generale ignoranza e confusione riguardo alle effettive differenze tra esseri umani. 

Infatti, checché se ne dica, anche nella nostra cultura, che si vanta di essere tra le più liberali, le differenze umane non sono considerate un bene (come lo è, ad esempio, la biodiversità nel mondo vegetale) ma un problema.  E’ un problema perché comporta giudizi di valore diversificati che l’individuo è incapace di assegnare senza usare criteri condivisi con altri. Si finisce allora per non giudicare apertamente il diverso, pur considerandolo spesso (consciamente o inconsciamente) come una minaccia per l’ordine costituito. 

In ogni caso l’uomo ha generalmente paura di essere diverso dagli altri (cioè dalla maggioranza degli altri) perché teme di non essere accettato a causa della sua diversità. Infatti, per l’inconscio essere diversi dagli altri è una colpa che prima o poi viene scoperta e punita.

Queste dinamiche psichiche fanno sì che il tema delle differenze umane sia generalmente tenuto il più possibile lontano dalla coscienza e dal dibattito sociale, e che si faccia a gara per essere il più possibile normali.

Categorie di differenze e influenze reciproche

Possiamo dividere le differenze umane in tre categorie:

  • psicologiche
  • fisiche
  • sociali

Le differenze psicologiche riguardano la personalità, ovvero le capacità cognitive, la sensibilità e, più in generale, le logiche di comportamento memorizzate nella mappa cognitivo-emotivo-motiva (vedi il capitolo Mappa cognitivo-emotivo-motiva).

Le differenze fisiche riguardano la costituzione fisica, la salute, le prestazioni energetiche e l’aspetto del corpo.

Le differenze sociali riguardano i ruoli sociali, le posizioni gerarchiche, le responsabilità, la reputazione, le proprietà private, le appartenenze a gruppi e comunità, l’abbigliamento e l’arredamento e tutto ciò che ha una rilevanza culturale, politica, etica ed economica.

Sulle differenze fisiche e su quelle sociali non ci sarebbe nulla da dire in un libro che parla di psicologia, se non fosse che esse possono avere, anzi, hanno senz’altro delle ripercussioni sulle differenze psicologiche, e viceversa. Intendo dire che alcune differenze psicologiche possono essere conseguenza di differenze fisiche e sociali, e, viceversa, alcune differenze fisiche e sociali possono essere conseguenza di certe differenze psicologiche.

Differenze oggettive, percepite, attribuite

Ci sono differenze umane oggettive, come la statura fisica, il peso, il colore della pelle ecc. Ci sono poi differenze percepite, come la bellezza, l’autorevolezza, la pericolosità. Infine ci sono differenze attribuite sulla base di  condizioni oggettive o di percezioni. Per esempio, si pensa che un prodotto più costoso sia migliore di uno meno costoso, o che un professore universitario in una certa disciplina (specialmente se di tipo umanistico) sia più competente di qualcuno che non ha una cattedra o una laurea nella disciplina stessa, e così via.

Il terzo caso può essere collegato alle relazioni trilaterali di cui ho discusso nel capitolo Relazioni trilaterali, coerenza affettiva, valenza sociale. Infatti, per il principio della coerenza cognitiva o affettiva, tendiamo a credere che chi ha una buona reputazione presso una persona che stimiamo, sia stimabile e viceversa, cioè che chi è disprezzato da una persona che stimiamo sia disprezzabile.

Differenze psicologiche (tipologie di personalità)

Per tipologia di personalità intendo una teoria, o modello, in cui sono definiti un certo numero di tratti psicologici (o tipi) rispetto ai quali un individuo può essere classificato. In altre parole, si tratta di una tassonomia di tratti di personalità, rilevabili mediante test appositi.

Le tipologie di personalità che trovo più interessanti tra quelle più note, sono le seguenti:

  • Introversione / estroversione
  • MBTI (Myers-Briggs Type Indicator)
  • Big Five
  • Tre fattori di Eysenck
  • 16PF (16 personality factors) di Raymond Cattell

La tipologia Introversione / estroversione è stata teorizzata da Carl Gustav Jung nel suo libro Tipi psicologici dal quale riporto alcune citazioni utili per comprendere la differenza tra introverso ed estroverso.

“…il primo (l’estroverso) si orienta in base ai fatti esterni così come sono dati, l’altro (introverso) si riserva un’opinione che s’interpone fra lui e la realtà obiettiva. […] Quando uno pensa, sente e agisce, in una parola, vive in modo direttamente corrispondente alle circostanze obiettive e alle loro esigenze […] è estroverso. La sua vita è tale che l’oggetto, in quanto fattore determinante, possiede manifestamente nella sua coscienza un’importanza maggiore che non la sua opinione soggettiva. Perciò egli non si aspetta mai di imbattersi in qualche fattore assoluto nel suo mondo interiore, dato che fattori di tal genere egli li ravvisa solo all’esterno.[…] nell’introverso tra la percezione dell’oggetto e il comportamento dell’individuo s’inserisce un punto di vista soggettivo che impedisce che il comportamento assuma un carattere corrispondente al dato obiettivo. […] La coscienza dell’introverso vede sì le condizioni esterne, ma elegge a fattore determinante l’elemento soggettivo. […] Mentre il tipo estroverso si richiama prevalentemente a ciò che a lui giunge dall’oggetto, l’introverso si appoggia piuttosto su ciò che l’impressione esterna mette in azione nel soggetto.” 

Per approfondire il tema dell’introversione/estroversione, vi invito a leggere il mio articolo “Cos’è l’introversione”.

La tipologia MBTI (Myers-Briggs Type Indicator) è anch’essa basata sui tipi psicologici di C. G. Jung, ma oltre al tratto introverso / estroverso, ne comprende altri tre, anch’essi presi dalla teoria junghiana. I quattro tratti sono i seguenti:

  • Estroversione – Introversione  (E-I)
  • Sensazione – Intuizione (S-N)
  • Pensiero – Sentimento (T-F)
  • Giudizio – Percezione (J-P)

Ogni tratto costituisce un continuum tra due estremi. Una persona si può trovare in un punto qualsiasi del continuum di ciascun tratto, rappresentato dalla lettera che identifica l’estremo più vicino. Il profilo di una persona può quindi essere espresso con quattro lettere, per un totale di 16 possibili combinazioni (ISTJ, ISTP, INTP, INTJ, ISFJ, ISFP, INFP, INFJ, ESTJ, ESTP, ENTP, ENTJ, ESFJ, ESFP ENFP e ENFJ). Per esempio, secondo un test che ho fatto qualche anno fa, io appartengo al tipo ISTJ (Introversione, Sensazione, Pensiero, Giudizio).

La tipologia Big Five, si basa sui seguenti cinque tratti, ciascuno con due sottodimensioni indicate tra parentesi:

  • Estroversione (dinamismo, dominanza)
  • Amicalità (cooperatività/empatia, cordialità /atteggiamento amichevole)
  • Coscienziosità (scrupolosità, perseveranza)
  • Stabilità emotiva (controllo delle emozioni, controllo degli impulsi)
  • Apertura mentale (apertura alla cultura, apertura all’esperienza)

La tipologia dei Tre fattori di Eysenck definisce tre tratti:

  • Introversione/Estroversione
  • Nevroticismo
  • Psicoticismo

La tipologia 16PF di Cattell definisce 16 fattori della personalità:

  • Espressività emotiva (alta-bassa).
  • Intelligenza (alta-bassa).
  • Stabilità (forza dell’Io-debolezza dell’Io).
  • Dominanza (dominanza-sottomissione).
  • Impulsività (upwelling e downwelling).
  • Conformismo di gruppo (super-io forte – super-io debole).
  • Audacia (audacia-timidezza)
  • Sensibilità (sensibilità-durezza).
  • Diffidenza (fiducia-diffidenza).
  • Immaginazione (pragmatismo-immaginazione).
  • Astuzia (acutezza-ingenuità).
  • Colpevolezza (coscienza-imperturbabilità).
  • Ribellione (radicalismo-conservatorismo).
  • Autosufficienza (autosufficienza-dipendenza).
  • Autocontrollo (autostima-indifferenza).
  • Tensione (tensione-tranquillità).

Cattell ha inoltre definito quattro ulteriori fattori di secondo ordine:

  • QS1. Introversione vs. estroversione.
  • QS2. Poca ansia vs. molta ansia.
  • QS3. Suscettività vs. durezza.
  • QS4. Dipendenza vs. indipendenza.

Personalmente, io tendo a qualificare le persone secondo i seguenti tratti, con tutte le cautele possibili per evitare errori di valutazione:

  • grado di introversione / estroversione
  • tendenza alla conservazione / al cambiamento
  • grado di sensibilità fisica e psichica
  • grado di fragilità fisica e psichica
  • grado di coraggio
  • capacità di astrazione, analisi e sintesi
  • capacità di concepire idee complesse
  • tendenza a guidare (dominanza) vs. essere guidati (gregarietà)
  • capacità di autocontrollo, autodisciplina e autoanalisi
  • capacità di autocritica, coscienziosità
  • creatività

In particolare tendo a distinguere le persone in due categorie:

  • coloro che accettano il mondo così com’è e cercano di adattarsi ad esso, e
  • coloro che non lo accettano così com’è e perciò criticano la mentalità della maggior parte delle persone che, adattandosi ad esso senza criticarlo, perpetuano gli errori dell’umanità.

Considerazioni generali sulle tipologie di personalità

A mio parere il punto debole di tutte le tipologie di personalità (compresa quella che io preferisco) è la difficoltà di determinare la posizione del soggetto nel continuum di ogni tratto, in quanto tale posizione, oltre al fatto che può variare nel tempo e a seconda delle circostanze, può essere più o meno vicina al centro, determinando a volte un’incertezza nell’attribuzione del tipo. Pertanto l’assegnazione di un tipo o del peso di un tratto in un profilo complesso è sempre approssimativa e arbitraria. 

E’ interessante il fatto che il tratto introversione/estroversione si ritrova in tutte le tipologie menzionate, per cui possiamo supporre che sia tra i più importanti per la vita sociale di una persona. Per questo motivo (oltre al fatto che mi considero un introverso) ho dedicato una particolare attenzione e ricerca a questo tratto della personalità (vedi il mio articolo “Cos’è l’introversione”).

Lo scopo di questa breve esposizione di alcune delle più note tipologie di personalità non è stato tanto quello di descriverne i contenuti, quanto quello di mostrare quanto sia difficile, soggettivo e arbitrario differenziare e classificare gli esseri umani sulla base di tipi astratti. Tale difficoltà è dovuta anche alla mancanza di un generale consenso, da parte del mondo accademico, su questo tema, come pure sulla psicologia in generale. Infatti ogni tipologia della personalità è legata ad una particolare teoria psicologica generale, ovvero ad una certa concezione della natura umana.

Differenze umane come fattori di cooperazione e di competizione

Ogni differenza umana può costituire un fattore di cooperazione e/o di competizione. Prendiamo ad esempio la caratteristica che viene comunemente chiamata “intelligenza” (qualunque cosa essa sia). Nello scegliere un partner con cui cooperare per uno scopo particolare, può essere necessario che questo abbia un’intelligenza non inferiore (e talvolta non superiore) ad una certo livello. In altre parole, una certa differenza di intelligenza (rispetto alla media) può essere un requisito per un certo tipo di cooperazione.

D’altra parte, la stessa intelligenza può costituire un fattore di competizione in diversi casi. Per esempio quando uno si candida per essere assunto da un’azienda che cerca persone di un certo livello di intelligenza, per cui si possono avere diversi candidati in competizione tra di loro. Un altro esempio è quello della competizione politica, per cui ogni candidato alle elezioni per una carica pubblica cerca di dimostrare agli elettori di essere più intelligente degli altri candidati.

La competizione sull’intelligenza è presente quasi sempre nelle relazioni bilaterali, come nelle coppie, nelle amicizie, nei rapporti tra colleghi ecc. laddove occorre prendere decisioni su cosa fare, dove andare, quali debbano essere le priorità ecc. Se non vi sono posizioni gerarchiche chiare e condivise, ci si aspetta che in caso di disaccordo si faccia come decide la persona più intelligente. Può essere dunque importante stabilire chi tra due persone, sia quella più intelligente, perché da tale determinazione possono dipendere scelte comuni.

Essendo le differenze umane fattori di cooperazione e di competizione, esse hanno un grande peso nelle relazioni e interazioni sociali, molto più di quanto non si pensi. Infatti, a mio parere, ogni essere umano è preoccupato (consciamente o inconsciamente) del suo status differenziale ovvero della sua posizione rispetto alla media e rispetto a persone particolari, per quanto riguarda certe caratteristiche considerate desiderabili e competitive. Per questo motivo, sentirsi inferiori agli altri, può essere causa di disagi mentali (ciò che Alfred Adler chiamava complesso di inferiorità) e di dinamiche psichiche compensative. Vale a dire che una persona che si sente inferiore in un certo aspetto della personalità, può impegnarsi per diventare superiore agli altri in un altro aspetto in cui è più competitivo. Resta il fatto che il sentimento di inferiorità può essere più o meno fondato, e il soggetto può attribuirgli un’importanza più o meno grande rispetto a quella effettiva.

Per quanto sopra, una migliore conoscenza e valutazione delle differenze umane in generale e una ragionevole misurazione dello status differenziale proprio e altrui, possono facilitare la cooperazione e risolvere le competizioni nel modo più rapido e semplice possibile.

Coinvolgimento del soggetto nella percezione delle differenze umane

Le differenze umane possono costituire un problema allorché la loro percezione e valutazione influenza il comportamento di un individuo nei confronti degli altri. Ciò dipende dal significato, dal valore e dalle implicazioni cognitive e affettive che un individuo associa alle differenze da lui percepite, sia tra se stesso e gli altri, sia tra terzi.

Quali sono le differenze più rilevanti per un essere umano coinvolto nel confronto tra diversi tipi di persone?

Suppongo che una differenza sia rilevante nella misura in cui incide nella soddisfazione dei bisogni propri e altrui, specialmente per quanto riguarda la cooperazione e la competizione. Come abbiamo visto anche nel capitolo Interdipendenza, cooperazione, competizione, violenza, autorità, la possibilità di cooperazione e la competitività di una persona sono legate alla sua posizione gerarchica all’interno della comunità di appartenenza, da cui dipendono la sua produttività, la sua attrattività come partner e le sue capacità di difesa e di aggressione.

Nella scelta dei partner per la cooperazione, la valutazione delle differenze dei candidati è molto importante, proprio perché, non essendo tutti i candidati uguali o equivalenti, alcuni possono essere più vantaggiosi di altri. 

Lo stesso principio vale quando il soggetto si pone come candidato (in competizione con altri) per essere scelto da un partner potenziale, per cui il soggetto è portato a confrontarsi con i suoi concorrenti. Tale confronto può dar luogo ad invidia, gelosia, competizione e ostilità. 

Come ci ha insegnato Alfred Adler, lo scopo essenziale dell’esistenza umana è realizzare un futuro più appagante (rispetto ai propri bisogni) e più sicuro del presente superando gli ostacoli che si frappongono alla sua affermazione. Gli ostacoli sono normalmente costituiti dagli altri in quanto competitori (sia violenti che non violenti), perciò ogni individuo ha una naturale tendenza a superare il prossimo (o quanto meno a non farsi superare da esso) in modo da potersi difendere dalla sua eventuale violenza e da non farsi vincere da esso nelle competizioni attive o passive. Di conseguenza ciascuno mette in campo le proprie risorse cercando di compensare le proprie inferiorità in certe attività con le proprie superiorità in altre, e tende a investire le proprie energie e il proprio ingegno nelle attività in cui è più forte, trascurando quelle in cui è più debole e ha scarse possibilità di migliorare.

Per esempio, chi è dotato di grande forza e resistenza fisica tende a impegnarsi in lavori e sport in cui sono richieste tali doti (anche per metterle in bella mostra), mentre chi è fisicamente debole ma dotato di intelligenza superiore alla media tende a evitare i lavori e gli sport più duri e a preferire occupazioni in cui è richiesta l’intelligenza più che la forza. Ugualmente, una persona particolarmente bella tende a sfruttare i vantaggi della sua bellezza, mentre una persona particolarmente brutta tende a compensare la sua bruttezza investendo nella sua preparazione culturale, nell’eleganza e così via.

Differenze tra individui vs. differenze tra gruppi

La percezione delle differenze umane non riguarda solo gli individui ma anche i gruppi e le comunità. Infatti, una persona che fa parte di un certa comunità, la confronta con altre; se rileva differenze in senso competitivo a favore di un’altra comunità, può avvenire quanto segue:

  • se emigrare nell’altra comunità è possibile (nel senso che si è sicuri di essere accettati da quella in un ruolo desiderabile) e non vi sono controindicazioni (per esempio una severa punizione come traditore da parte della comunità di cui si fa ancora parte), la persona tenta di trasferirsi nella comunità più competitiva per goderne dei vantaggi;
  • se un’emigrazione non è possibile o ha costi troppo alti, la persona può sviluppare sentimenti di invidia, gelosia o ostilità nei confronti dell’altra comunità a cui non può accedere e cercare di screditarla per quanto possibile.

L’individuo si trova dunque a competere non soltanto contro altri all’interno della propria comunità per i posti più ambiti nelle varie gerarchie, ma anche contro gli appartenenti ad altre comunità, le quali competono con la propria per l’egemonia politica o il possesso di risorse economiche.

Per effetto dell’equilibrio affettivo e cognitivo (di cui abbiamo parlato nel capitolo Relazioni trilaterali, coerenza affettiva, valenza sociale), il nemico è sempre cattivo e spregevole (altrimenti non sarebbe percepito come nemico). In altre parole, il soggetto tende a vedere le differenze tra i membri della propria comunità e quelli della comunità nemica, in una luce sfavorevole a quest’ultima, specialmente da un punto di vista morale. Questa tendenza è sempre stata sfruttata dai governi durante le guerre, per impedire che sentimenti di affinità o fratellanza insorgessero verso le popolazioni nemiche, col rischio di indebolire l’aggressività delle proprie truppe nei loro confronti.

Considerazioni conclusive – Il doppio vincolo della competizione immorale

Come è emerso dalle considerazioni sopra esposte, le differenze umane più rilevanti riguardano le capacità cooperative e quelle competitive di ogni individuo, ovvero la produttività, la potenza politica ed economica e l’attrattività estetica.

L’uomo è infatti, a mio avviso, costantemente preoccupato (consciamente o inconsciamente) di mantenere le sue capacità cooperative, produttive e competitive ai livelli più alti possibili rispetto a quelli altrui, perché ne va della sua sopravvivenza, dell’appartenenza ad una o più comunità, dei suoi possibili ruoli cooperativi e del suo status sociale.

Tuttavia la nostra cultura, specialmente a causa dell’influenza cristiana, è, almeno a parole, contraria alla competizione e alla disparità di trattamento verso le persone meno dotate. La morale cristiana, infatti, predica l’uguaglianza, la fratellanza in Dio, il diritto e il dovere di carità, e condanna la competizione in quanto espressione di egoismo. Cercare di essere migliori degli altri, di superarli, è dunque un peccato nell’inconscio di chi ha avuto un imprinting religioso, tranne quando si tratta di zelo cristiano, ovvero di avere più fede in Dio e di obbedirgli più e meglio di quanto facciano gli altri.

Ci troviamo dunque in un doppio vincolo, come direbbe Gregory Bateson. Da una parte abbiamo il bisogno naturale di competere nei confronti degli altri a scopo sia cooperativo che difensivo, dall’altra la necessità di nascondere tale bisogno in quanto considerato immorale dalla dottrina cristiana e da una cultura laica che non è riuscita, nel profondo, a liberarsi dalle sue radici cristiane.

A mio avviso, per evitare gli effetti psicopatologici di questo doppio vincolo, dobbiamo ricorrere all’umorismo, che ci permette di passare repentinamente e senza preavviso da una posizione di superiorità ad una di umiltà, e viceversa, senza mai fissarsi definitivamente in una delle due.  (Vedi il capitolo Umorismo).