Inconscio

Come detto nel capitolo precedente, per "inconscio" intendo tutta la persona (cioè sia la sua parte materiale che quella immateriale) meno la sua parte consapevole, ovvero meno l'io cosciente.

Questa mia definizione coincide solo in minima parte con quella psicoanalitica, che definisce l'inconscio come un deposito di informazioni rimosse in quanto contrastanti con i principi morali del soggetto.

Infatti, Freud, nella sua prima topica della psiche, divide questa in tre zone: il conscio, il subconscio e l'inconscio, laddove il subconscio, a differenza dell'inconscio, contiene informazioni che possono senza difficoltà divenire consce in quanto non hanno connotazioni moralmente riprovevoli.

Io ritengo che la distinzione tra inconscio e subconscio sia inutile e fuorviante. Inutile perché non ci aiuta a rendere consapevole ciò che è inconsapevole, e fuorviante perché può indurci a cercare connotazioni e aspetti morali in situazioni problematiche indipendenti da questioni etiche. In altre parole, io credo che la difficoltà a prendere coscienza di certi fatti non sia necessariamente da imputare ad aspetti etici o morali.

Coerentemente col pensiero di Samuel Butler ripreso da Tiziano Possamai nel suo saggio "Inconscio e ripetizione", io non faccio distinzioni tra subconscio e inconscio, e includo nel concetto di inconscio qualsiasi meccanismo, automatismo, logica o algoritmo presenti e agenti in qualunque parte di un corpo, di cui il soggetto non è consapevole per qualsiasi motivo, (etico o no), anche se lo stesso soggetto è da essi influenzato o governato.

Per esempio, nell'inconscio includo automatismi come suonare uno strumento musicale o guidare un'automobile. Infatti, dopo un certo numero di ripetizioni, certe sequenze di gesti diventano automatiche nel senso che vengono eseguite dal soggetto senza bisogno che questo ricordi i passi da cui sono costituite. Infatti è sufficiente che il soggetto decida di attuare una certa procedura, e questa viene eseguita come se a farlo fosse un'altra persona o un robot.

Quando io penso, “io” (inteso come io cosciente) non scelgo i singoli pensieri, ovvero i singoli concetti, le singole parole che si susseguono nella mia coscienza, ma a farlo sono automatismi inconsci attivati da decisioni, ovvero logiche, di livello più alto.

Il comportamento di un essere vivente è infatti strutturato in livelli come in una piramide organizzativa umana, dove, a partire dai livelli di comando più alti vengono emesse direttive in forma sempre più dettagliata scendendo nella gerarchia.

Prendiamo un altro esempio. Immaginiamo che, davanti ad un pericolo, una persona decida di fuggire. Al vertice della piramide della “volontà”, un agente ordina di "fuggire". Ma chi emette il comando, non lo esegue. Al livello gerarchico immediatamente inferiore, "qualcuno" o "qualcosa", ovvero un certo agente mentale, nell'obbedire all'ordine, decide in quale direzione fuggire e con quale mezzo (a piedi o mediante un autoveicolo). Al livello gerarchico sottostante, se la decisione è quella di fuggire a piedi in una certa direzione, "qualcuno" ordina di muovere le gambe in modo tale da provocare un allontanamento dal luogo del pericolo; al successivo livello gerarchico inferiore "qualcuno" ordina quando far contrarre e quando rilasciare i muscoli delle gambe in modo da ottenere l'effetto desiderato. Tutta la catena di comando è inconscia, tranne (forse) il livello gerarchico più alto, il quale non è capace di fare altro che emettere ordini verso entità in grado di eseguirli.

Per quanto riguarda l'inconscio "psicoanalitico" questo è incluso nel mio concetto generale di inconscio come caso particolare di automatismi inconsapevoli. Infatti le pulsioni dell'es e le prescrizioni del super-io sono da considerarsi agenti mentali che intervengono nella "catena di comando" sopra menzionata, in posizioni gerarchiche più o meno alte e con intensità più o meno grande e potenzialmente in conflitto con altri agenti. Sul concetto di "agente mentale" si veda il capitolo ad esso dedicato.