Mappa cognitivo-emotivo-motiva (MCEM)

Ogni cosa che vediamo o che ci accade può suscitare in noi una tripla risposta automatica: cognitiva, emotiva e motiva (cioè motivazionale).

La risposta cognitiva (che corrisponde a ciò che Alfred Korzybski chiamava risposta semantica) dipende dalle nostre conoscenze, quella motiva dai nostri bisogni e quella emotiva dalla percezione o aspettativa di una loro soddisfazione o frustrazione. Le tre risposte sono interdipendenti nel senso che ciascuna influenza le altre due in senso rafforzativo o inibitorio.

Le risposte sopra menzionate, ovviamente, non sono casuali, ma seguono determinate associazioni e logiche caratteristiche dell’individuo, le quali debbono essere registrate in qualche parte della mente. Ebbene, con il nome di mappa cognitivo-emotivo-motiva (MCEM) io mi riferisco al luogo (o meglio, al sottosistema) della mente in cui sono registrate (cioè programmate), le risposte automatiche cognitive, emotive e motive caratteristiche dell’individuo.

Come si forma e come si può modificare una MCEM?

Suppongo che alla nascita di un individuo la sua MCEM esista già, e che contenga solo le associazioni elementari scritte nel DNA, cioè quelle che abbiamo in comune con altri mammiferi.

Dopo la nascita, il neonato comincia ad interagire con il suo ambiente e in particolare con sua madre (o una figura equivalente) e, grazie alle sue capacità specificamente umane, comincia inconsapevolmente a registrare nella sua MCEM associazioni tra i suoi sentimenti e gli oggetti, gli eventi e le espressioni simboliche e linguistiche che li provocano o li accompagnano, imparando al tempo stesso a riconoscere tali oggetti, eventi ed espressioni, e in particolare le persone dalle cui cure egli dipende.

La MCEM è una componente fondamentale della mente, senza la quale questa non potrebbe funzionare. A tale riguardo, George Herbert Mead ci ha insegnato che la mente umana (ovvero la parte specificamente umana della nostra mente, per distinguerla dalle parti che condividiamo con altri animali) si forma e si costruisce attraverso le interazioni sociali, allo scopo di gestire le interazioni sociali stesse in senso adattivo, ovvero per soddisfare i bisogni dell’individuo.

Ebbene, la formazione della mente umana descritta da Mead corrisponde alla progressiva programmazione della MCEM, che continua per tutta la vita dell’individuo, anche se le sue prime fasi sono le più importanti e pregnanti in quanto costituiscono una sorta di ciò che in etologia viene chiamato imprinting. Infatti ogni apprendimento è la base sui cui poggiano gli apprendimenti successivi, che sono normalmente additivi. Vale a dire che ciò che è stato già appreso influenza e limita o favorisce ciò che è possibile apprendere successivamente. In altre parole, quanto più è limitato e ristretto ciò che si impara in giovane età, tanto più difficile è imparare qualcosa di nuovo in età adulta. Ciò è dovuto anche  al fatto che la plasticità cerebrale diminuisce con l’età.

D’altra parte possiamo constatare che è più facile imparare qualcosa di completamente nuovo che disimparare qualcosa, ovvero che modificare ciò che si è già appreso. 

La MCEM si può dunque modificare, ma in misura più o meno limitata a seconda di come essa si è costruita in età infantile e giovanile. Al tal proposito ritengo che lo scopo di una psicoterapia dovrebbe essere quello di modificare o neutralizzare le risposte cognitivo-emotive disadattive, alla percezione di certe idee, immagini, espressioni linguistiche o altri stimoli. Ritengo inoltre che per cambiare le risposte a certi stimoli occorre ripresentare (dal vivo o mediante simulazioni) tali stimoli in associazione con altri capaci di generare risposte di segno affettivo opposto rispetto a quelle suscitate dai primi.

Esempi di risposte disadattive che conviene neutralizzare mediante una psicoterapia o autoterapia sono il disprezzo e la paura ingiustificati, ovvero infondati. Infatti, sia il disprezzo che la paura, che spesso si accompagnano l’uno con l’altra) non solo determinano uno stato di stress potenzialmente nocivo al benessere psicofisico, ma impediscono di stabilire con l’oggetto di tali sentimenti un rapporto utile, soddisfacente o perfino gradevole. 

Valenza e ricompensa sociale

La MCEM serve essenzialmente a rispondere (in senso sistemico) a domande come le seguenti: l’entità (oggetto, persona, comportamento, idea ecc.)  che mi si presenta o mi si prospetta è buona o cattiva? Gradevole o sgradevole? Utile o inutile? Comprensibile (accettabile) o incomprensibile (inaccettabile)? Coerente o incoerente rispetto alla mia personalità e reputazione sociale? Richiede una particolare azione o un particolare  comportamento da parte mia? Cosa mi devo aspettare in relazione a questa entità? 

Il comportamento di un individuo nelle varie circostanze in cui si può trovare dipende dalle risposte a domande come quelle suddette, le quali dipendono a loro volta dai particolari stimoli che si presentano all’individuo, secondo la particolare programmazione della MCEM. Questa programmazione riguarda soprattutto  le relazioni e i valori sociali, e tutto ciò che è culturale nel senso che è prodotto, scambiato e condiviso da esseri umani, o che costituisce criterio di appartenenza a certe comunità.

Dal momento che il benessere di un individuo dipende dalla qualità delle sue interazioni sociali, e che la MCEM serve essenzialmente a orientare le scelte dell’individuo in senso favorevole al suo benessere, ne consegue che la parte più interessante della MCEM è quella in cui sono memorizzate le conseguenze sociali legate alle varie prospettive di comportamento. In altre parole, la MCEM ci dice se, a fronte di un certo comportamento, dobbiamo aspettarci una ricompensa o una punizione da persone particolari o, in generale, dalla comunità di appartenenza.

A tal proposito, da bambini abbiamo quasi tutti subìto ciò che possiamo chiamare  ”imprinting della ricompensa sociale”, ovvero abbiamo appreso quali nostri comportamenti ci fanno ottenere l’approvazione o la disapprovazione, la premiazione o la punizione da parte degli altri (a cominciare dai genitori e dagli educatori).

Per esempio, chi ha subìto un’educazione rigida in senso disciplinare, tende a considerare l’obbedienza una causa di ricompensa sociale. Similmente, chi ha avuto educatori molto esigenti dal punto di vista intellettuale tende a considerare l’intelligenza e le sue manifestazioni come mezzi indispensabili per essere accettati e amati. Lo stesso fenomeno avviene per altri stili educativi che danno importanza, per esempio, alla moralità, al rispetto delle tradizioni, alla religione, allo sport, alla bellezza, al denaro, alla competizione in generale, al risparmio ecc. per cui si possono creare, nella MCEM, associazioni permanenti (consce o inconsce) tra tali valori e l’aspettativa di una ricompensa sociale.

Ovviamente da adulti è possibile che le ricompense attese non si realizzino, o che i risultati dei propri sforzi siano controproducenti. Ciò può dar luogo ad uno stato di stress e di frustrazione cronica con connessi disagi e disturbi psichici e psicosomatici.

In tal caso può essere utile una psicoterapia mirata alla neutralizzazione degli imprinting disadattivi o non realistici. Durante tale terapia, il paziente dovrebbe imparare, attraverso l’interazione col terapeuta, modi alternativi per ottenere ricompense sociali, e riuscire a disimparare (questa è la parte più difficile) le associazioni “sbagliate”.

Per quanto riguarda il ruolo della MCEM durante le interazioni sociali, è importante considerare che quando due persone A e B interagiscono, ciascuna di esse è presente (in quanto idea o dèmone) nella MCEM dell’altro, per cui il comportamento di A verso B, e quello di B verso A dipendono dalle particolari associazioni memorizzate nella MCEM relative agli interlocutori.

Questo associazioni riguardano sia le reazioni che A si attende da B a fronte di un certo comportamento, sia le reazioni di terzi o della comunità di appartenenza a quello stesso comportamento. 

Per quanto riguarda il secondo caso, si veda il capitolo Triangoli relazionali ed equilibrio affettivo.