Soggettività e consapevolezza

Per “soggetto” intendiamo normalmente colui che agisce, che compie un’azione, mentre per “oggetto” intendiamo chi subisce un’azione altrui, ovvero chi ne è affetto. Curiosamente usiamo la parola “soggetto” anche in senso opposto (cioè passivo) per intendere colui che è “soggetto” ad un’autorità, ovvero che ne è suddito o che subisce un’azione altrui. Ma anche in tal caso possiamo intendere il soggetto passivo come soggetto attivo dell’azione di obbedire, di seguire, di rispettare l’autorità.

Parlando di esseri umani e del loro comportamento, tendiamo a considerare ogni persona come “soggetto” (delle proprie azioni attive e passive e delle proprie percezioni), come se la persona fosse un  tutto indivisibile che decide di volta in volta le azioni da compiere e le cose da percepire. Infatti, chi dice “io”, intende normalmente se stesso come soggetto delle proprie azioni, della sua stessa esistenza (“io” esisto) e della sua coscienza o consapevolezza (“io” so che …, io sono consapevole che…, io sento che… ecc.). Perciò possiamo dire che la soggettività (ovvero l’essere il soggetto delle proprie azioni e percezioni) coincide con ciò che chiamiamo “io” della persona. Lo stesso vale per gli altri pronomi personali: “tu”, “lui”, “lei”, “noi”, “voi”, “loro” ecc. Infatti usiamo tutti questi pronomi per indicare certe persone come “soggetti” indivisibili.

Tuttavia, a ben vedere, le cose non stanno come sembrano. Infatti, innanzitutto non è vero che la persona, o individuo, sia indivisibile (come il termine “individuo” implicherebbe). La persona è infatti un insieme di parti interagenti, la maggior parte delle quali è esclusa dalle decisioni sulle azioni da compiere e sul come compierle. Per esempio, i miei piedi o i miei reni non intervengono (normalmente) nelle decisioni riguardanti il mio comportamento sociale.

Se non tutte le parti del mio corpo non sono “soggetto” delle mie azioni, delle mie percezioni, dei miei pensieri, dei miei sentimenti, della mia coscienza, delle mie volontà, quali parti lo sono? Questo è il problema.

Sigmund Freud è stato uno dei primi studiosi ad affrontare razionalmente tale problema, col risultato di suddividere la mente in tre entità: l’io (inteso come io cosciente, ovvero sede della coscienza o cosapevolezza), l’es (inteso come tutti i meccanismi e automatismi biologici) e il super-io (inteso come una serie di automatismi di origine culturale che esercitano pressioni sull’io in senso normativo, prescrittivo e inibitorio). In tal senso è da intendersi la citazione di Freud “l’io non è padrone in casa sua”. Nel seguito per “io” come componente della mente intenderemo l’“io cosciente”.

Il grande merito di Freud (a prescindere dalla validità della sua teoria psicoanalitica) è stato quello di averci insegnato che la mente non è qualcosa di unitario, integrato, cosciente e coerente, ma un insieme di “agenti” più o meno in accordo tra di loro, di cui uno solo, l’io (inteso come io cosciente), è consapevole di se stesso e del resto del mondo, mentre tutto il resto agisce in modo autonomo e  indipendente dall’io stesso, anzi esercitando un’autorità su di esso. In altre parole, Freud ha “formalizzato” l’esistenza dell’inconscio (già intuita da filosofi come Schopenhauer e Nietzsche e da scrittori come Dostoevskij), attribuendogli un certo numero di proprietà e funzioni, che comportano un certo “potere” su l’io cosciente.

Oggi l’esistenza dell’inconscio è generalmente accettata, perfino in ambito religioso, ma con diverse connotazioni, più o meno estese. Di conseguenza, possiamo dire che l’io non coincide con tutta la persona o con tutta la mente, ma costituisce “solo” una sua parte. Da ciò si evince che esistono delle relazioni tra l’io cosciente e il resto della mente (ovvero del corpo), dove l’io non occupa una posizione gerarchica particolare.

L’io cosciente si distingue dal resto del corpo, prima di tutto, per la sua consapevolezza, o coscienza. Infatti per definizione esso è l’unico componente cosciente del corpo. Questa affermazione non esclude che nel corpo umano vi siano altre parti dotate di coscienza, ma se così fosse si tratterebbe di coscienze non comunicanti con quella “centrale”, ovvero quella dell’io, l’unica di cui siamo coscienti fino a prova contraria.

La coscienza dell’io può essere divisa in tre parti intimamente connesse nel senso che ognuna dipende dalle altre due:

  • la conoscenza (o parte cognitiva)
  • il sentimento (o parte emotiva)
  • la volontà (o parte motiva)

Se mancasse una qualsiasi delle parti di questa triade, le altre due non potrebbero sussistere. Infatti, senza la parte cognitiva, ovvero senza la possibilità di conoscere alcunché, i sentimenti e la volontà non potrebbero essere associati a nessun oggetto o concetto, e quindi sarebbero “inutili” e senza senso da un punto di vista biologico. Se mancasse la parte emotiva, la volontà e la conoscenza non potrebbe essere associate a nessun oggetto o concetto, dato che nulla avrebbe un “valore”, per cui sarebbero inutili e senza senso da un punto di vista biologico. Se mancasse la parte motiva, le altre due sarebbero inutili perché la persona non sarebbe in grado di volere o desiderare alcunché, nemmeno di continuare a vivere. 

Si potrebbe obiettare che ci sono esseri viventi non dotati di coscienza ma capaci di “conoscere”,  di “sentire” e di “volere”, ma sarebbero conoscenze, sentimenti e volontà inconsci, e come tali non farebbero parte di un “io cosciente” e non sarebbero note ad esso.

La triade della coscienza, ovvero l’io cosciente, è per me un mistero sia dal punto di vista scientifico che filosofico. Un mistero nel senso che non possiamo vederla né toccarla, né misurarla, né sappiamo come sia nata. È infatti una tautologia nel senso che non può essere spiegata se non in modo autoreferenziale.

Nonostante la triade sia un oggeto misterioso, essa è l’unica cosa la cui esistenza e importanza è certa. Tutto il testo è infatti incerto, opinabile, ingannevole, ipotetico in quanto conosciuto e percepito attraverso la triade stessa, che non conosciamo se non attraverso i suoi effetti e alcune sue relazioni col resto del corpo.

Sappiamo infatti che una persona può perdere la coscienza (per esempio a causa di un trauma fisico o mentale) e poi ritrovarla e sappiamo che certe percezioni o pensieri possono evocare una conoscenza o un ricordo, suscitare un sentimento e attivare una volontà o un desiderio. Sappiamo inoltre che conoscenza, sentimenti e volontà si attivano reciprocamente, cioè che ciascuno influenza gli altri due, sappiamo che dipendono dallo stato del resto del corpo, che muoiono quando il corpo muore, e che, d’altra parte, il corpo muore o continua a vivere in stato vegetativo se perde in modo permanente la coscienza.

Possiamo dunque fare delle ipotesi sulle relazioni tra i componenti della triade e tra essi e il resto del corpo.

Le cose più importanti che sappiamo a tale proposito sono le seguenti:

  • i sentimenti si estendono in un continuum tra il massimo piacere e il massimo dolore, sia di tipo fisico che “mentale”;
  • la volontà tende al massimo piacere e al minimo dolore, sia “qui ed ora” che in un futuro indefinito;
  • La conoscenza permette di elaborare logiche (cioè) strategie e tattiche per ottenere il massimo piacere e il minimo dolore;
  • Ci sono particolari cose che causano piacere e cose che causano dolore;
  • Certi dolori sono associati a situazioni potenzialmente mortali, e certi piaceri sono associati alla conservazione della vita e alla sua riproduzione.

Da quanto sopra possiamo ipotizzare che la triade conoscenza-sentimento-volontà sia lo strumento più “evoluto” (in una prospettiva evoluzionistica), cioè il più recente e sofisticato, grazie al quale la specie umana si assicura la conservazione e la riproduzione, ovvero soddisfa i suoi bisogni vitali. Supponiamo infatti che la coscienza sia “emersa” (non sappiamo se gradualmente o improvvisamente) durante l’evoluzione.

Nei capitoli successivi esamineremo i modi in cui gli elementi della triade intervengono nella soddisfazione dei bisogni della persona.

Prossimo capitolo: Inconscio.